SETTEMBRE NON È SOLO UN NUOVO INIZIO. È UN INCONTRO.
Settembre è arrivato.
Le porte del nostro nido tornano ad aprirsi.
Ci sono bambini che quelle porte le conoscono già e le attraverseranno ritrovando volti, voci, spazi, profumi.
E ce ne sono altri che le attraverseranno per la prima volta.
Con loro arrivano mamme e papà.
Storie.
Abitudini.
Paure.
Aspettative.
Domande.
E allora ci chiediamo: quando comincia davvero un ambientamento?
Forse non comincia il primo giorno di nido.
Comincia molto prima.
Comincia quando una famiglia decide di affidarsi.
Quando racconta il proprio bambino a qualcuno che ancora non lo conosce.
Comincia quando noi adulti scegliamo di metterci in ascolto.
Perché ambientare non significa semplicemente abituarsi a un luogo nuovo.
Significa, lentamente, sentire che in quel luogo può esserci un posto anche per noi.
E questo richiede tempo.
Un tempo che non è uguale per tutti.
Ci saranno bambini che entreranno curiosi.
Altri che rimarranno per qualche giorno sulla soglia delle cose.
Qualcuno esplorerà subito. Qualcuno avrà bisogno di osservare. Qualcuno cercherà continuamente uno sguardo. Qualcuno piangerà.
Qualcuno sorprenderà mamma e papà non piangendo affatto.
Non esiste il modo giusto.
Esiste quel bambino, in quel momento della sua storia.
Ed è da lì che vogliamo partire.
Non chiedendogli di diventare velocemente parte del nido, ma facendo in modo che, giorno dopo giorno, sia il nido a fare spazio alla sua unicità.
Modificando tempi.
Rallentando.
Aspettando.
Osservando.
Accogliendo anche ciò che non avevamo previsto.
Perché l’ambientamento non è
una prova da superare.
È un processo molto più profondo.
È la costruzione di una fiducia.
È scoprire che quelle braccia sconosciute possono diventare braccia nelle quali trovare conforto.
Che quella voce nuova può diventare familiare.
Che uno spazio inizialmente estraneo può cominciare ad avere angoli conosciuti.
Che si può salutare qualcuno sapendo, piano piano, che tornerà.
E forse è proprio questo uno dei passaggi più delicati che ci vengono affidati.
Senza tirarlo dall’altra parte.
Senza avere fretta.
Semplicemente restando lì.
Abbastanza vicini da sostenerlo.
Abbastanza indietro da permettergli di trovare il proprio passo.
E mentre si ambientano i bambini, in qualche modo ci ambientiamo tutti.
Si ambientano le famiglie, imparando lentamente a fidarsi.
Ci ambientiamo noi educatrici, perché ogni nuovo bambino modifica gli equilibri, interroga ciò che sappiamo, ci chiede di ricominciare a osservare.
Si ambienta il gruppo, che cambia forma per fare posto a qualcuno che prima non c’era.
E, per fortuna, saranno i bambini e le bambine a mostrarci quale strada percorrere insieme.
Noi saremo lì.
Ad aspettarli.



